Sei bellissima. Lui respirava perle di ghiaccio sulla sua nuca.
Scusami. Lei si girava e fuggiva oltre quel scintillio come se potesse raggiungere il tramonto di ieri colmando il tempo con una sola parola.
Vivianne osservava la scena da lontano, avvolta nel suo cappotto di niente. Trascinava giu' i piedi dagli scalini che portavano sotto un piccolo arco di tonfo, chiedendosi quando mi aveva baciata l'ultima volta. Non lo sapeva nemmeno lei. Si guardava le mani con le quali aveva graffiato l'intonaco della mia stanza ormai vuota da giorni, le lecco'. Sapevano di me. I piedi freddi, come al solito, abbracciava spazi vuoti con gli occhi dove questi non raggiungevano la mia piccola ombra sul muro che le passava accanto indifferente e seccato. Era arrabbiata Vivianne, e si sfogava dando calci ai ciottoli sulla riva che aveva raggiunto con quel rumore dentro. Il mio sorriso.

Due gatti facevano le fusa sotto le mani di un vagabondo ubriaco. Sembravano fare l'amore. Il giovane allungo' la mano stanca verso Vivianne. Non le stava chiedendo l'elemosina. Voleva regalarle il pezzo mancante. Un piccolo bottone che gli avevo regalato affinche' potesse ricucirlo sulla camicia che gli avevo strappato, cercando di svegliarlo, due notti fa. Quando gli urlavo la mia ricerca con gli occhi e lui mi rispondeva con fumi di alcool. Tutta la pazienza che puo' avere chi dimentica il mondo leccando il collo di una donna di vetro. Donna che puo' vedere frantumarsi contro il pavimento di una casa sfollata e affollata nel contempo, donna che gli conficca schegge lasciandogli marcire i piedi e curando le ferite che nessuno ha piu' coraggio di leccare.
Vivianne certe cose non le vedeva. Le percepiva in qualche antro del buio dei suoi occhi chiarissimi. Le sentiva come tagli sulla pelle candida di bagni di sudore nelle braccia di persone che non guardava in faccia, ma che riconosceva per le macchie che lasciavano sulle sue lenzuola. Sempre rosse.
Smarcava le tracce di gesso che lasciai la prima sera. Quella prima del tutto. Prima di baciarla, prima di succhiarle i sogni sotto le lenzuola, sempre rosse, lei che mi aveva trovata appoggiata svenuta su un muretto ricamato di rovi in fiore. Lei che mi aveva raccolto per curiosita', scaraventandomi con disprezzo in una piccola pozza, dicendo Bevi. E io bevvi, di lei e dei suoi lamenti, bevvi, di noi e dei nostri lamenti, bevvi di me dei suoi tormenti. Dentro me. Insaziabile ora di quei ricordi sfuggiva al battito del tempo che portava nel petto. Stava sanguinando per la prima volta e urlo' all'ubriaco un piccolo Stronzo con un piccolo eco ma non e' colpa sua e' colpa tua e' colpa tua colpa colpa tua mia. Tutto il rumore del mio sorriso veniva nascosto dall'acqua che le saliva sui piedi e sulle ginocchia allargando i vestiti su per i fianchi sui fianchi le mie dita sulle mie dita il suo urlo sul suo urlo solo l'orlo rosso di un tramonto di mezzanotte a mezze note di una canzone che le ricordava. Quanto era stronza.
T h e l i g h t t h e n i g h t o f r o l e
T h e b o d y d r e s s e d o f g u i l t y r a i n
Una nave salutava i dormienti dall'interno di quell'acqua. Se avesse ceduto ora sarebbe diventata onda. Onda che parla di strazianti letti di fiumi che percorrono terre come vene dentro un cespuglio di rovi che raccolgono la testa di una bambina che cade. E non pungono quei rovi, e' piu' forte la bambina e con i capelli sciolti cosi', i rovi tessono una ragnatela per i pensieri. Dove sei, Vivianne?
L'acqua le riempiva gli occhi o forse erano i suoi occhi a riempire l'acqua, quando la testa sotto, la testa sotto ad occhi chiusi, una piroetta goffa e fuori, fuori dall'acqua, verso il cemento cimentandosi in una gara con il tempo che le imprimeva dentro quei sottili battiti sottili come membra di bambini in cerca di un abbraccio nello sprezzo di sguardi negati. E su per quella riva, uno sguardo al bottone lanciato dai gatti che si leccavano dopo l'orgasmo soffuso, al bottone che in cielo sembrava quasi una piccola stella nera con le quattro finestrelle per vedere oltre il resto del cielo. Il resto. Cio' che resta si appiccica alle ciglia e incute un po' di terrore alle lacrime. Solo un po'. Di dolce terrore.
I suoi passi, miei spietati amanti, si allontanavano dal mio giaciglio. Mi aveva appoggiata dove mi aveva trovata. Ora non piu' con rabbia, ora con dolore. Era tempo di virare mentre la nave salutava i dormienti e qualcosa spillava la fretta da un muretto, il giaciglio di rovi che tessevano una ragnatela dai capelli di una bambina. Il fiato che non aveva disegnava perle di ghiaccio sulla sua nuca. E nei miei occhi, bellissima. Lacrimava il suo corpo, quel fiume che non la ingoiava mai del tutto, quando si avvicino' alla strada semibuia. Alla strada dove stronze come lei sono puttane per gli stronzi come noi. Poi lo vide. Quel lampione in ghisa sotto una casa in macerie che sembrava curvare il collo come a voler raggiungere il marciapiedi e baciarlo con le sue labbra di luce calda. Un dolore, penso' Vivianne. Corse fra le poche macchine che gettavano luci sul fradicio cappotto di niente e le menti che fischiavano un corpo di una stronza che e' solo puttana per stronzi come noi. Abbracciata dalla luce di quel bacio, sali' in groppa a quell'essere di ghisa, sedendosi dove il collo per il dolore, aveva creato una piccola altalena immobile in spine che un ricamo nel cielo. Un cuore come esca ora ciondolava fra le lacrime di un corpo che un fiume dove una nave salutava i dormienti e un vagabondo ubriaco faceva l'amore con i gatti non ingoiava. Mai del tutto.
pettywords- 1
interlude Klimt 1918 - That Girl
(un' idea sgualcita di RAgno e pettywords. a puntate, appuntate graffiando sul legno sotto a un tavolo nell'angolo piu' buio. quello che fa piu' paura. ma non possiamo promettere che poi ne faccia di meno.)
Scusami. Lei si girava e fuggiva oltre quel scintillio come se potesse raggiungere il tramonto di ieri colmando il tempo con una sola parola.
Vivianne osservava la scena da lontano, avvolta nel suo cappotto di niente. Trascinava giu' i piedi dagli scalini che portavano sotto un piccolo arco di tonfo, chiedendosi quando mi aveva baciata l'ultima volta. Non lo sapeva nemmeno lei. Si guardava le mani con le quali aveva graffiato l'intonaco della mia stanza ormai vuota da giorni, le lecco'. Sapevano di me. I piedi freddi, come al solito, abbracciava spazi vuoti con gli occhi dove questi non raggiungevano la mia piccola ombra sul muro che le passava accanto indifferente e seccato. Era arrabbiata Vivianne, e si sfogava dando calci ai ciottoli sulla riva che aveva raggiunto con quel rumore dentro. Il mio sorriso.

(dimmi qual'e' il tuo RH, Krško 2008, pettywords con il rossoRAgno)
Due gatti facevano le fusa sotto le mani di un vagabondo ubriaco. Sembravano fare l'amore. Il giovane allungo' la mano stanca verso Vivianne. Non le stava chiedendo l'elemosina. Voleva regalarle il pezzo mancante. Un piccolo bottone che gli avevo regalato affinche' potesse ricucirlo sulla camicia che gli avevo strappato, cercando di svegliarlo, due notti fa. Quando gli urlavo la mia ricerca con gli occhi e lui mi rispondeva con fumi di alcool. Tutta la pazienza che puo' avere chi dimentica il mondo leccando il collo di una donna di vetro. Donna che puo' vedere frantumarsi contro il pavimento di una casa sfollata e affollata nel contempo, donna che gli conficca schegge lasciandogli marcire i piedi e curando le ferite che nessuno ha piu' coraggio di leccare.
Vivianne certe cose non le vedeva. Le percepiva in qualche antro del buio dei suoi occhi chiarissimi. Le sentiva come tagli sulla pelle candida di bagni di sudore nelle braccia di persone che non guardava in faccia, ma che riconosceva per le macchie che lasciavano sulle sue lenzuola. Sempre rosse.
Smarcava le tracce di gesso che lasciai la prima sera. Quella prima del tutto. Prima di baciarla, prima di succhiarle i sogni sotto le lenzuola, sempre rosse, lei che mi aveva trovata appoggiata svenuta su un muretto ricamato di rovi in fiore. Lei che mi aveva raccolto per curiosita', scaraventandomi con disprezzo in una piccola pozza, dicendo Bevi. E io bevvi, di lei e dei suoi lamenti, bevvi, di noi e dei nostri lamenti, bevvi di me dei suoi tormenti. Dentro me. Insaziabile ora di quei ricordi sfuggiva al battito del tempo che portava nel petto. Stava sanguinando per la prima volta e urlo' all'ubriaco un piccolo Stronzo con un piccolo eco ma non e' colpa sua e' colpa tua e' colpa tua colpa colpa tua mia. Tutto il rumore del mio sorriso veniva nascosto dall'acqua che le saliva sui piedi e sulle ginocchia allargando i vestiti su per i fianchi sui fianchi le mie dita sulle mie dita il suo urlo sul suo urlo solo l'orlo rosso di un tramonto di mezzanotte a mezze note di una canzone che le ricordava. Quanto era stronza.
T h e l i g h t t h e n i g h t o f r o l e
T h e b o d y d r e s s e d o f g u i l t y r a i n
Una nave salutava i dormienti dall'interno di quell'acqua. Se avesse ceduto ora sarebbe diventata onda. Onda che parla di strazianti letti di fiumi che percorrono terre come vene dentro un cespuglio di rovi che raccolgono la testa di una bambina che cade. E non pungono quei rovi, e' piu' forte la bambina e con i capelli sciolti cosi', i rovi tessono una ragnatela per i pensieri. Dove sei, Vivianne?
L'acqua le riempiva gli occhi o forse erano i suoi occhi a riempire l'acqua, quando la testa sotto, la testa sotto ad occhi chiusi, una piroetta goffa e fuori, fuori dall'acqua, verso il cemento cimentandosi in una gara con il tempo che le imprimeva dentro quei sottili battiti sottili come membra di bambini in cerca di un abbraccio nello sprezzo di sguardi negati. E su per quella riva, uno sguardo al bottone lanciato dai gatti che si leccavano dopo l'orgasmo soffuso, al bottone che in cielo sembrava quasi una piccola stella nera con le quattro finestrelle per vedere oltre il resto del cielo. Il resto. Cio' che resta si appiccica alle ciglia e incute un po' di terrore alle lacrime. Solo un po'. Di dolce terrore.
I suoi passi, miei spietati amanti, si allontanavano dal mio giaciglio. Mi aveva appoggiata dove mi aveva trovata. Ora non piu' con rabbia, ora con dolore. Era tempo di virare mentre la nave salutava i dormienti e qualcosa spillava la fretta da un muretto, il giaciglio di rovi che tessevano una ragnatela dai capelli di una bambina. Il fiato che non aveva disegnava perle di ghiaccio sulla sua nuca. E nei miei occhi, bellissima. Lacrimava il suo corpo, quel fiume che non la ingoiava mai del tutto, quando si avvicino' alla strada semibuia. Alla strada dove stronze come lei sono puttane per gli stronzi come noi. Poi lo vide. Quel lampione in ghisa sotto una casa in macerie che sembrava curvare il collo come a voler raggiungere il marciapiedi e baciarlo con le sue labbra di luce calda. Un dolore, penso' Vivianne. Corse fra le poche macchine che gettavano luci sul fradicio cappotto di niente e le menti che fischiavano un corpo di una stronza che e' solo puttana per stronzi come noi. Abbracciata dalla luce di quel bacio, sali' in groppa a quell'essere di ghisa, sedendosi dove il collo per il dolore, aveva creato una piccola altalena immobile in spine che un ricamo nel cielo. Un cuore come esca ora ciondolava fra le lacrime di un corpo che un fiume dove una nave salutava i dormienti e un vagabondo ubriaco faceva l'amore con i gatti non ingoiava. Mai del tutto.
pettywords- 1
interlude Klimt 1918 - That Girl
(un' idea sgualcita di RAgno e pettywords. a puntate, appuntate graffiando sul legno sotto a un tavolo nell'angolo piu' buio. quello che fa piu' paura. ma non possiamo promettere che poi ne faccia di meno.)
